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    July 23

    Previsioni del Tempo

    E' profonda e calda come il mare greco la sensazione di fare la cosa giusta.
    E così attardarsi a studiare sul terrazzo, finchè la luce del tramonto - che qui giunge tardi - mi sostiene.
    Il profilo delle montagne, sembrano lilla, mescolato ad un soffio di sigaretta.
    Le voci dei vicini stranieri su un'orchestra di piatti, e i profumi delle cene, e l'odore discreto di un bicchiere posacenere.
    Le ultime scorribande delle rondini e le nostre foto.
    E' quasi buio, e ti aspetto.
    Dopo tante stagioni, sono sereno.
    June 12

    Parentesi Mondana #2

    CE L'HO FATTA! Nota: La censura Scaramantica (R) ha apportato un ridimensionamento della scritta.
    Un ringraziamento particolare a te che mi sei stata così vicina... in quei giorni ed in questi! 
    E a San Nicòla. ; )
     
    E ora si va per la seconda battaglia.. perchè la guerra ancora è lungi dall'esser vinta.


    May 21

    Qui, Ora.

     
    Ed ora una piccola parentesi mondana, nella forma di divagazione dai nessi logici non evidenti. Nonchè di dubbio senso.
    Ci sono cose, dovete sapere, che iniziano a starmi strette. Ad esempio, questo posto da cui sto scrivendo: una scelta per così dire di temporaneo  sacrificio in vista del futuro. Beh, come qualcuno mi ha gentilmente ricordato, il tempo della beneficenza - che sia per me o per altri - è finito. Mal sopporto la sensazione di andare con la corrente, di lasciarmi trasportare: anche quando non è poi così giustificata, come in questo caso. In fondo è stata una libera scelta perseguita con coscienza. Ma molti indizi mi suggeriscono che quell'era è finita, ed è tempo di rimettere mano al timone. Probabilmente, sapete, queste nuove percezioni sono dovute alla rinnovata sensibilità donatami da un altro risveglio, avvenuto in tutt'altri lidi della mia vita. Ne sono lieto, Primavera!
    Se valuto oziosamenti altri fattori: indugiando senza agire, perderei il diritto di lamentarmi della situazione - e in fondo lamentarmi mi diverte e fa molto dandy.
    E poi, il futuro, il futuro. Un concetto assolutamente adorabile ma frainteso - e in questo fraintendimento, sopravvalutato.
    Il punto è che il futuro è oggi. E' nella scelta che faccio oggi, nel movimento di questo istante, nel pensiero che mi sta attraversando la mente ORA. Non lo voglio aspettare, il futuro: chi mi assicura che aspettandolo arriverà? Basta davvero aprire il palmo e aspettare che plani da sè sulla mia mano? Nel dubbio, preferisco andarmelo a prendere. E dato che è composto da una materia impalpabile (come ogni buona proiezione mentale ed il tempo stesso, di fatto non esiste), c'è un solo modo di arpionarlo: afferrare il presente. Fare oggi la scelta di domani. Cuocere il mattone, anzichè scrivere l'ennesimo progetto. Sembra divertente, no?
    May 05

    Raggio. (maggio, coraggio!)

     
    Qualcosa per la quale vale davvero la pena combattere.
    Che bella sensazione.
     
    April 11

    Notturno.

     
    Il buio, all'inizio, faceva un po' paura.
    Non volevo nessuna luce accesa, perchè mi infastidiva ammetterlo.
    Ma quando la porta si chiudeva, mi rifugiavo nel più profondo delle coperte, e mai e poi mai mi sarei avventurato fuori dalla mia tana. Se non per qualche secondo, per sfida, per un brivido. Nel buio fuori c'era qualcosa di sconfinato che minacciava di annullarmi. Il buio là sotto, invece, così ben delimitato, era accogliente. Non mi addormentavo mai rapidamente. Così, in quel bozzolo, lasciavo che il sonno mi soprendesse di soppiatto, inventandomi storie che poi, la mattina, avevo già scordato.
    Gli anni mi insegnarono che avevo torto, e che il buio stesso poteva essere il mio mantello e il mio rifugio. Mi piacevano quei momenti prima che gli occhi si abituassero all'oscurità, quando sono aperti ma tutto è nero. Svegliandomi spesso, mi capitava di cedere alla voglia di passeggiare per la casa, affidandomi alla memoria dei percorsi e al tatto. Muovermi senza vedermi mi sembrava una cosa affascinante. Avevo la sensazione di infrangere una qualche legge della fisica che non conoscevo. Finivo per sedermi su una sedia, o su un divano, o per terra, dove cercavo di percepire fisicamente l'abbraccio e lo stringermi di quel buio. A volte mi pareva di sentirlo davvero.
    Col tempo iniziai ad amare davvero la notte, completamente. Soprattutto quella di primavera, all'aperto. Mi faceva sentire libero, come se avessi casa ovunque, e più vicino a quello che avrei voluto essere. Di giorno, il sole illuminava troppo impietosamente le differenze tra la realtà ed i miei desideri. La luna, invece, era molto più clemente. Quando si è così giovani ci si affeziona inevitabilmente al maestro meno severo, a quello che ci incoraggia.
    Tutto sembrava possibile, e le ore erano ricche di quei progetti entusiasmanti che alla luce diurna sembravano sempre i deliri di un pazzo. Ci davamo appuntamento sotto i grandi alberi del parco, e ci scambiavamo parole che grondavano di significati, anche quando erano sciocche, anche quando ci facevano ridere fino alle lacrime. O almeno, così ci sembrava.
    Non che odiassi i giorni. Sembravano solo meno vividi. Sembravano un lavoro, per quanto interessante.
    No so dirvi se fu il semplice scorrere delle stagioni, o i corni della caccia, o quell'estate di interminabile luce: ma un giorno mi accorsi che tutto sommato ci si sentiva bene anche all'alba, e un altro giorno ancora che il sole del mattino sulla faccia mi avrebbe messo di buon umore. Le idee notturne iniziavano a sopravvivere anche di giorno: non ho mai capito se fossero diventati più forti i pensieri, o meno temerari, se la luce fosse diventata più benevola con loro, o se avessi scoperto il segreto per tenerli al riparo. 
    Forse, più semplicemente, quando smisi di rifiutare i miei conflitti sparirono anche quelle crepe che sotto il sole non riuscivo a non vedere.
    Così, imparando di nuovo ad amare anche il giorno, mi furono dapprima più chiare -e quindi meno incolmabili- le differenze tra luce ed ombra, il loro rincorrersi ed il bisogno che l'una ha dell'altra. Infine, iniziai ad abituarmi al pensiero che in quanto inscindibili sono in fondo la stessa cosa, e dunque che non esiste una vera e propria differenza tra il giorno e la notte, se non quella che per diletto, o necessità, od incoscienza, decidiamo di dare loro.
    February 29

    Visceralia

    "Certo che batte, eh"
    Batte, sì. Certo che batte.
    Non capita spesso di vedere il proprio cuore su uno schermo.
    A me succede, di tanto in tanto. E quelle caverne - che sembrano grotte sul mare-, quei lembi che sfarfallano come tende agitate dall'aria sembrano un po' aliene, e un po' fragili. Sono io, quello?
    E mi parlano di quel mondo, sotto la pelle, che visito solo quando qualcosa si guasta.  Vorrei meravigliarmene spesso, e nonostante la sua quotidianità riuscire ad ammirarlo, davvero, mentre funziona.
    Il sangue, sapete, è rosso ed esiste e corre anche quando non si vede. Non occorre tagliarsi.
    La macchina colora il suo flusso, un miscuglio di blu e vermiglio che io non so interpretare, e mi ipnotizza. 
    "Alto e sottile.. come il padrone"
    Non sembra che batta, sembra più che un vento ci passi attraverso.
    Sembra qualcosa di vivo che si affanna per respirare.
    E canta una canzone bassa da baritono, nel microfono umido di gel appoggiato al mio petto.
    Nella stanza buia, illuminati dalla luce del video, la ascoltiamo.



    February 12

    Cerotto.

    E' necessario vivere, bisogna scrivere.
    Sono rimasto a lungo dietro questo velo, pensando a cosa dire.
    Ma la verità è che forse posso raggiungervi comunque, anche senza sapere come spiegarvi, quindi eccomi, oltre il muro delle cose che non posso disegnare per tutti, ma solo sentire e vivere.
    Un passo dietro l'altro, e continuare a viaggiare.
    Sapete, nonostante tutto, o forse proprio per questo tutto, il futuro ha un buon profumo.
    Anche le mie radici sono più morbide, come a dirmi che vogliono andare.
    Viaggiare.
     
    Quanti scalini tra esistere e vivere, toccare e percepire, ascoltare e sentire, guardare da questa finestra e vedere? E' quanto si sceglie di essere intensi che conta, quanto lasciare entrare, quanto dare? Quanto scavare. Quanto addentrarsi. Meglio essere leggeri come piume o far tremare la terra, o trovare l'equilibrio?
    Ma io vorrei bere un'onda, prendermi tutti i raggi del sole, toccare dove scotta per rifarmi una pelle, soffiare finchè non ho più fiato, per sentire poi come mi riempie l'aria.
    Troppo, dite?
    Dovrei galleggiare nel tiepido, salire alle mezze altezze, scendere fino a fermarmi tra fondo e superficie?
    Ma forse basta seguire il sentiero, creandolo. Un passo alla volta. Ognuno guiderà il successivo, sentendo come un segugio.
    E' solo che oggi sembra proprio Primavera. Anche se fuori il vento è freddo? Sì.
    Le stagioni non sono questione di calendario.
    Essere a casa non è questione di coordinate.
     
    Ora che il muro è infranto, vi rivedrò. Presto.
    January 01

    Furore.

     

    “Allora, cominciamo…”

    Batte la penna contro la sua cartelletta, e di tanto in tanto la mordicchia. Una ventola dal soffitto mescola l’aria umida.

    “... cominciamo dal desiderio. Volere.”

    “Posso fumare?”

    “Sì… prendi pure. Fumi più del solito. Sbaglio?”

    “No. Un po’ di più, lo so.”

    “Ti rilassa?”

    “No. Non so perché lo faccio. A volte mi fa stare meglio, a volte peggio. Che vuoi che dica, forse mi punisco, forse mi accarezzo.” – un sorso bollente da una tazza di caffè –

    “Perché? E’ un veleno, non lo sai?” (cos’è quel ghigno?)

    “Anche l’aria che respiriamo in questa città è un po’ avvelenata, non lo sai?”

    “E’ diverso. Dobbiamo respirare, per forza. Non abbiamo scelta.”

    “Esiste sempre una scelta. In ogni caso, trovo molto più piacevole -e sensato- respirare il veleno che ho scelto io. E poi chi dice che lo sia? E’ così dolce. Mi assicuri tu che mi farà male? Io non penso. Ma andiamo avanti, se credi.”

    “Dicevo, desiderio. Volere.”

    “Corpo e cuore si mescolano, si torcono cercando una forma di freccia, e tirano e si strattonano tendendo le mani. E’ dolce. Struggente. Dona un senso. Non fidarti di chi ti consiglia di non desiderare.”

    “Lo terrò a mente. E cosa desideri?”

    “Non posso dirlo. Ci ascoltano.”

    “Nessuno ci ascolta” – un’occhiata gli sfugge verso quello che sembra uno specchio – “ma proseguiamo. Il Tempo?”

    “Una bestia feroce da abbracciare. Se ti fai dominare, ti farà in mille pezzi.”

    “Quindi?” Mi guarda da sopra un paio d’occhiali sottili.

    “Fagli capire che non hai paura. Sii impaziente se devi, ma sappi aspettare. Dagli la caccia, e quando vedi il momento, prendilo. E fallo tuo finché puoi. Subire il tempo è tremendo.. credimi.  – uno sbuffo di fumo – Ma si può imparare ad abbracciarlo.”

    “Spazio.”

    “Viaggio. Fenomeno. Elemento fisico, mondo. Da coprire.”

    “Come.”

    “Esistono molti modi.”

    “E tu quale scegli?”

    “Tutti.”

    Scrive qualcosa, annota con forza. Io al mio posto, godendomi in pace, per un istante, il mio voler essere altrove.  Il mio corpo vibra impercettibile sulla sedia, come per scomporsi e ricomporsi da un'altra parte. Le dita che massaggiano il bordo del tavolino vi parlerebbero, se le guardaste, di un sereno furore.

    November 26

    Voglio Sentire

     
     
     
     
    Il frastuono degli zoccoli, i campanelli legati alle criniere.
    Vedere gli sbuffi densi delle nari nell'aria di Novembre,
    ed una scia di polvere correre pazza per novecento chilometri.
    October 30

    Respiro.

     
    Tiglio, chiodo di garofano, miele, respiro di drago, per placare l'istrice nella mia gola. Lenito dal liquido caldo e profumato, carico di lunghe ore di veglia, sono scivolato via dal mondo in un mulinello di lana e cotone. Pensando alle chimere.
     
    E sono tornato da te, forse per l'ultima volta.
    Di nuovo in quel corridoio, seduti l'uno accanto all'altra.
    Io parlavo, tu scuotevi la testa, e nulla sembrava raggiungerti, e le mie parole rimbalzavano lontano, fuori dalla finestra, nel prato.
    Ho ricordato tutto: le scritte sul muro dietro di te, il freddo che faceva, il colore del tuo maglione, il profumo della cioccolata, lo sgocciolare dei caloriferi. I giorni, pochi, ma così luminosi. Il parco in cui non sono più tornato: l'avevo scordato, ma ora sento di nuovo il sole che mi solletica la schiena. Il tuono di quella porta che colpii con un pugno. L'avevo scordata, ma ora sento ogni fibra del legno che mi tagliava le nocche. Te n'eri già andata, e ti vedo, ti vedo mentre esci da quella porta.
    E così, da Idea, hai ritrovato una forma, con curve e angoli e colori.
    E ti ho messa via.
     
    Al mio risveglio, curioso, ho provato a cercarti. E credevo di averti trovata, ma poi ho capito che non eri tu. Ho riso un po' dell'ironia della cosa. Eccoti: ancora vivida nel passato, ma così lontana! E sparita, sparita dal presente come una bolla di sapone. Sono sinceramente sorpreso, dico davvero. Come è accaduto? E se era così semplice, perchè ci è voluto così tanto, tanto tempo?
     
    Le risposte, dissi una volta, sono dentro le persone. Ma non vi nascono: nascono fuori, nel mondo. Siamo come setacci, e dobbiamo muoverci in questa vita, filtrando tutto quello che riusciamo a toccare: gesti, parole, istanti, vite intere, e quello che tutti i sensi ci suggeriscono. E solo allora possiamo guardarci dentro, per cercare di capire cos'abbiamo raccolto, e dargli un nome, un senso. Spesso non si trova che un indizio su dove e cosa correre a setacciare, di nuovo.
    Non è divertente, in fondo?
    Possiamo perfino, incontrandoci, scambiarci i nostri frammenti d'oro: forse io ho una parte della tua risposta, e tu della mia. Forse è per questo che non ci separiamo. Quello dell'introspezione, della ricerca interiore, è un momento imprescindibile: ma non è l'unico. Ecco dove mi sono arenato, una volta. L'Io è un labirinto in cui ci si smarrisce facilmente, per quanto si creda di conoscerlo. Non si può prescindere dall'esplorazione del mondo, delle cose, pena il continuare ad attorcigliarsi sugli stessi dati, senza senso, senza costrutto.
    E' per questo che voglio rimanere qui. Anche quando il carro alato che ho dentro cerca di strapparmi via da questa terra, è qui che io sono, è qui che esistete anche voi, ed il sole, la musica, e tutto il resto. Certo mi posso concedere qualche licenza, o una vacanza di tanto in tanto. Ma voglio essere qui ed ora.
    Cosa crede di poter capire un eremita? Occorre essere almeno in due, per poter guardare il mondo.
    Come qualcuno sa già.
    October 22

    Sono giorni

    Che mi rapinano il tempo.
    Ho pochi attimi per pensare, quasi nessuno per scrivere: posso solo agire.
    Sembra che una forte corrente mi trascini.
    Tutto, intorno, sembra essere così inesorabile.
    Non appena approderò, da quel lido avrete di nuovo mie notizie.
    Vostro,
    D. 
    September 24

    Compagni di Viaggio.

     
    Il Cavaliere ed il Drago, incontratisi lungo la strada, riconobbero l'uno nell'altro la luce della Cerca. 
    E, pur se di mondi diversi, furono meno soli, sulla loro Via.
     
    September 17

    Cenere.

     
    Aveva smarrito qualcosa: non sapeva dire nè come, nè quando.
    E così, dopo lunghi giorni di gloria, giunse per lui il declino.
    Inevitabile, lo combattè con tutto quello che gli era rimasto nel cuore: ma non era molto, poichè molto aveva investito. Lo osservai, e fu come guardare una belva dibattersi per non morire di fame. Ostentava uno sguardo fiero, ma il passo iniziava a farsi incerto. E le pupille a volte, dardeggiando da destra a sinistra, esprimevano una richiesta d'aiuto che la sua bocca mai e poi mai avrebbe scandito. Come un tempo, gli occhi si perdevano rapiti da qualcosa, oltre, che lui solo era in grado di cogliere: ma anzichè brillanti ed abbandonati parevano opachi e immobili, come se stessero osservando una festa a cui lui sapeva di non poter più prendere parte. 
    Diceva di essere stanco. "Sono stanco", diceva.
    Non lo sembrava, all'apparenza. Continuava a vivere, senza fermarsi un attimo, ma chi lo conobbe nei giorni migliori si accorgeva di come la forza, che prima emanava con noncuranza, ora la spremeva fuori di sè come le ultime gocce da uno straccio umido.
    Consumava più vita di quanta non ne avesse: perchè l'essere per lui era una fiamma, tanto che aveva ormai disimparato ad esistere senza bruciare. E non avendo più abbastanza legna dentro di sè - così disse - da gettare nel fuoco, iniziò a consumare sè stesso.
    Una sera, sfinito, seduto dinnanzi al camino, mi guardò.
    "Ricordi quand'eravamo bambini, quegli interminabili giorni prima di Natale? Ci struggevamo dal desiderio di aprire i nostri regali, passavamo notti insonni. Mio padre, attaccando le luci all'albero, una volta mi disse che donare era molto più bello che ricevere. Non ricordo... con che parole me lo disse, ma ecco, era così. E io sapevo che doveva esserci del vero, ma ero tanto pieno di desiderio da non riuscire a capacitarmi di come fosse possibile. Non lo sentivo. Solo molti anni più tardi imparai da solo che quella non era un'opinione, o una lezione di buoni sentimenti. Ma la pura, limpida, verità".
    Attesi.
    "Se un destino crudele ti impedisse di amare ed essere amato allo stesso tempo. Se per un folle gioco ti venisse imposto di scegliere una sola delle due possibilità: amare o essere amato. Tu, che cosa sceglieresti?" 
    Feci per rispondere, senza esitare. Ma mi fermai.
    Non perchè dubitai della risposta. Ma perchè vidi, con certezza, che cosa aveva smarrito: la cosa che stimava più preziosa, che nessuno, eccetto egli stesso, poteva ritrovare per lui. Restai seduto, senza sapere che dire. Ormai guardava lontano.
    Ritrovarono i suoi abiti, mesi dopo. Un bel vestito blu, pieno di una sottile, grigia cenere.
    August 27

    La vita e le opinioni del Cavalier di Spine. Parte II

    La mano di mio zio C., ruvida, enorme, che mi guida lungo una strada sterrata, verso uno scivolo e un'altalena abbaglianti, incendiati dal sole d'estate. E' il primo ricordo che ho di B., allora ameno borgo agricolo dove ho vissuto alcuni tra i primi anni della mia vita, insieme alla nonna. I miei genitori erano impegnati con il lavoro, e li vedevo nel fine settimana, non mancando di redarguirli a mio modo per la loro latitanza. Almeno, così dicono. Tutto sommato, di quegli anni conservo i ricordi dolci di una vita semplice, verde e spensierata. Vivevamo in una cascina, divisa nella tipica casa di ringhiera lombarda, chiamata "el cantoon di sciatìt", ossia "l'angolo dei rospetti", a causa del ruscello che vi scorreva intorno, da cui alla sera proveniva un sommesso gracidare. Non saprei dire esattamente quanti anni passai lì: il tempo nei ricordi si dilata e si restringe capricciosamente, senza contare che per un bambino gli anni sono infiniti come ere. Dovrei avervi trascorso circa quattro anni.
    Sebbene io ricordi, molto vagamente, un vicino di casa all'incirca della mia età, i miei primi veri amici furono gli animali, che visitavo regolarmente: cani, gatti, mucche, maiali, conigli, cavalli, polli. Trotterellavo dietro alla nonna, a mio zio ed ai miei vicini - chè in una casa di ringhiera, una volta, si era una grande famiglia - che li accudivano, ansioso di stabilire un contatto con quelle affascinanti creature, che dovevano apparirmi nuove e tuttavia famigliari. Di tanto in tanto mi era concesso di dar loro da mangiare, e non appena fui abbastanza grande da razzolare più o meno liberamente per la corte, presi a passare molto tempo con loro. Un cane dalmata di cui non ricordo il nome divenne il mio inseparabile compagno d'esplorazione, così come il piccolo cavallo su cui mi trovai issato in sella da mio zio divenne il mio prediletto. I ricordi sono istanti frammentari, ma molto colorati e vividi: un giro su un trattore scoppiettante, il calore della vecchia stufa, nascondersi nel mucchio di fieno, cadere nel torrente, le corse con il cane, i maialini appena nati, i cavalli che prendono il fieno dalla mia mano. Ricordo un vicino sempre con un cappello grigio. Qualcosa che ha a che fare con accette e coltelli. L'orto. L'arrotino. "Donne: è arrivato l'arrotino". Gente che al tramonto torna dai campi. Una lunga spina nel palmo della mia mano. I miei libri illustrati, tutti sugli animali e le piante, ed un grosso tomo di favole.
    Ricordo lo zio come un uomo buono, silenzioso, che fumava sempre. Quando il vecchio cavallo da tiro crollò sulle ginocchia e si sdraiò, ed io gli chiesi cos'avesse, lui rispose: "sta morendo". Sembrava che avesse un numero limitato di parole da pronunciare nella sua vita, e che non potesse sprecarne nemmeno una. Se lo portò via un cancro ai polmoni, quando io avevo già lasciato B. da qualche anno. La nonna, una donna dolce, semplice e pia che sembra uscita dalle pagine del Manzoni, è ancora con noi. Forse per una sorta di risentimento, di mia madre e mio padre in quegli anni non ho alcuna memoria.
    Negli anni che seguirono la mia partenza, B. iniziò lentamente ad essere prima avvicinata, poi inglobata dalla periferia della grande città. Subì un'urbanizzazione frettolosa e selvaggia. Oggi è una città grigia, cementizia, che non ha più nulla di bello se non nei ricordi di chi ci visse nei suoi giorni verdi e dorati. L'"angolo dei rospetti" è ormai sparito: la cascina fu demolita e sostituita con un palazzo popolare. E' curioso scoprire che non un luogo antico e storico, ma un luogo in cui si è vissuti non esiste più, se non nei propri ricordi.
     
    Se la mia mente ha sempre apprezzato il girovagare in luoghi poco esplorati ed inconsueti, anche con il corpo ho spesso sentito il bisogno di forzare un poco i limiti. Ho sempre preteso qualcosa da esso, dato che - in un modo o nell'altro - da quando avevo nove anni sono sempre stato impegnato nell'agonismo. Chi non l'ha mai provato fatica a comprendere l'appagamento interiore che si prova nel crollare sfiniti dopo un allenamento: è come quella leggerezza del cuore che si prova quando si ha compiuto il proprio dovere, mescolata ad un inebriante benessere fisico. Ma nel corso degli anni un'altra sensazione si è fatta largo dentro di me. La stanchezza, lo sforzare i muscoli fino a che non fanno male, lo stesso dolore che si sente nell'essere colpiti, mi procurano una sorta di intima gioia. Tutti prima o poi nella vita sperimentano un fatto: il momento in cui comprendiamo appieno il valore di una cosa è quello in cui rischiamo di perderla, o quello in cui l'abbiamo ormai persa. E così, io credo, lo sfinimento ed una certa misura di dolore, come piccoli specchi della morte, mi fanno apprezzare particolarmente l'essere vivo. Ed è come uscire illesi, e vittoriosi, da una simbolica ordalìa. Forse è questo ciò cui allude il mio maestro quando sentenzia che il dolore rende vivi. Forse c'è anche un piacere dello spirito nel rispondere a quel richiamo ancestrale che comanda ai maschi di ogni specie di gareggiare e combattere. L'essere umano, in fondo, non è solo ragione. Anzi, trovo che gli impulsi e l'istinto giochino continuamente in noi un ruolo più importante di quanto siamo disposti a riconoscere. Prendere atto di questo lato del nostro essere, ed assecondarlo secondo regole che lo rendano compatibile con i valori della convivenza, trovo sia fonte di benessere ed equilibrio. Dato che non ci è concesso, a dispetto di chi pensa il contrario, soverchiare completamente la natura, gli istinti soffocati trovano sempre e comunque uno spiraglio ed una forma in cui liberarsi: e spesso, come risentiti per l'ingiusta prigionia, lo fanno in modo più o meno nocivo.   
    July 30

    Una visione notturna.

    Sabato notte. Ero in macchina con T. e C., per raggiungere gli altri, su un'autostrada bagnata dalla luna. Guardando gli alberi che mi sfrecciavano accanto, non so da dove sia venuto, ma all'improvviso un pensiero, un desiderio, mi è stato incredibilmente chiaro: prima della fine, voglio raccontare una storia. Voglio assolutamente raccontare una storia.  
    July 20

    Delle stelle.

    Molte cose sono accadute.
    Alcune mi hanno attraversato come si attraversa l'aria, altre hanno lasciato qualcosa di loro nella mia trama.  
    Almeno una avrebbe dovuto trafiggermi. E invece no.
    Ed eccomi, in perfetta forma e di buon umore, uscito fischiettando dalla tempesta. Mi saggio alla ricerca di un osso rotto, un taglio, una contusione. Ma no, nulla, solo qualche puntura d'insetto - maledetti insetti. 
    Tutto ciò - dirà qualcuno - dovrei accoglierlo con orgoglio. In effetti, mi piacerebbe poter dire che quanto sopra è da ascriversi alla mia straordinaria forza d'animo, e ad uno spirito indomito: lo farei, se ne fossi convinto. Ma qualcosa di me teme, a torto o a ragione, che io mi sia ritagliato uno spazio nell'esistenza in cui nulla riesce a raggiungermi davvero. Che cosa è vero, e che cosa frutto dell'ansia di chi sopra ogni cosa desidera sentire? Sono forse impazzito, a rimpiangere quella piccola puntura di dolore cui avrei avuto diritto?
    Ma ecco: anche questo dubbio, che avrebbe potuto tenermi impegnato per un po', evapora con un sibilo, lasciandomi  alla mia musica e al mio cocktail, al lavoro, ai miei amici, ai piccoli progetti estivi. Forse la mia vita è piena, e io sono cieco o ingordo. Forse sono solo stato forte.
    Nel dubbio, ordinerò un altro mohito. Riderò ad una bella battuta. Tenderò i sensi, tutti insieme, come una vela.
     
    Ogni volta che guardo le stelle - cosa che mi aggrada molto fare - penso che questo mondo non è stato creato per noi. Sono troppo assurdamente belle e lontane. Tanto lontane che il concetto stesso di tempo sembra rattrappirsi, quando si pensa a come raggiungerle. Del resto, doversi inventare un'unità di misura come l'anno-luce cos'è se non una fantasmagorica dichiarazione di impotenza? Ci sono luoghi che distano dieci miliardi di anni-luce da qui. Viene quasi da ridere! Non è per noi, mi dico. Ma questo, tutto sommato, è un sollievo: sarebbe una responsabilità troppo gravosa. E' meglio giocare in questo enorme luna park godendo dei privilegi di chi è capitato qui per caso: toccare quello che possiamo toccare nel tempo concessoci, meravigliarci di ogni cosa nuova, sognare quello che non possiamo raggiungere, raccontarci storie e leggende su quelle terre degli dei. Se sapessi che è tutto fatto per noi, soffrirei troppo del fatto di non poter toccare tutto
     
    Che fine ha fatto Apollo? Mi  pare assai strano che un dio possa svanire così, nel nulla. Eppure sembrerebbe successo diverse volte, e nulla vieta di pensare che succederà ancora. Che fine fanno gli dei, quando nessuno crede più in loro? Si dissolvono nel nulla? Piangono e si disperano? Si schiantano al suolo come meteoriti? Diventano uomini? Forse quella splendida ragazza greca che usciva dall'acqua a Rodi, l'anno scorso, era Venere. Perchè tutti immaginano Venere bionda? A mio parere era divinamente mora. E quell'attaccabrighe al bar poteva essere Ares. E il ragazzino sullo scooter in via dei Fori Imperiali è Mercurio, che deve consegnare un messaggio importante senza farsi fermare dai vigili urbani. Anubi non può essere semplicemente congelato su una serie di pareti, o imprigionato in una statua del museo di Torino: è stato un dio, accidenti. Qualcuno pensa forse che il nostro Dio possa svaporare nel nulla come se niente fosse, da un giorno all'altro? No. E' quindi ragionevole pensare che anche gli altri dei siano ancora da qualche parte. Quindi Anubi e Horus, visto che il cielo e gli inferi sono momentaneamente concessi in locazione ad altri inquilini (tra l'altro, avete notato, per qualche motivo meno sono e più stanno stretti), magari stanno sorseggiando un Manhattan su una terrazza del Cairo, asciugandosi la fronte con un fazzoletto di lino bianco. Chiaccherano dei tempi andati, e magari chissà, si fanno qualche illusione sul futuro, come i vecchi reduci di guerra che sognano il giorno - che non arriverà mai - in cui tireranno fuori l'uniforme dal baule in soffitta.
    A volte penso che non sarebbe male avere Fede: anzi, probabilmente averla davvero dev'essere una gran bella cosa. Purtroppo, non si può semplicemente decidere di averla, e credo proprio non faccia per me. Posso concepire dio come la ricerca di un principio primo, come logos, ma non riesco a credere in lui abbandonandomi al presupposto della sua amorevole e totale esistenza. E' un pensiero troppo alieno al mio modo di esistere. Forse avrei potuto credere, qualche migliaio di anni fa, a quei tizi che adesso scatenano risse nei bar di Rodi o si alcolizzano di pomeriggio al Cairo: incarnazioni del visibile, scavezzacollo, un po' adorabili e un po' stronzi. Dei molto umani. E io mi sento tremendamente umano: gli dei moderni sono troppo dei, per i miei gusti. 
     
     
     
     
    June 21

    We could do! with some more noises

    Qualcosa di nuovo, lo sento
    Lo cerco con gli occhi, come se si annidasse in un angolo in agguato. So che non è lì fuori, ma spero che una mensola, o una piega delle tende, o un post-it rosa shocking mi forniscano un indizio. Drizzando le orecchie sento solo il dialetto dei muratori, i motori delle auto, e il sole che cuoce le tegole (sì, fa rumore). Tutto profuma di carta ed aqua - l'aria è umida, i tasti lisci, i libri setosi.
    Non c'è nulla di più immobile di un pomeriggio estivo. Eppure.
    Eppure sento premere, come l'acqua di una diga si accorge di lambire una crepa, ed inizia a saggiarla con cautela, ma con lo spietato metodo di chi sa che solo il tempo lo separa dal successo.
    Penso a fatica, perchè ho la mente piena e leggera. Capannelli di pensieri confabulano tra loro sghignazzando e lanciandomi occhiatine oblique: si accordano per fare irruzione tutti insieme, ridendo e agitandosi come ragazzini.
    Però è divertente! Intendo, sentire senza capire, senza domandarsi, una volta ogni tanto. Accogliere tutto, e sia quello che deve essere!
    Forza, tutti insieme!
    Una strana euforia. Certo non mi manca, dovete sapere, e nonostante la moderi per inclinazione personale, un osservatore esperto la vedrà trasparire. Ma a volte si accumula qui (proprio qui, vedete?), e viene fuori tutta insieme. Mi lascia senza fiato, e allora a me non resta che inspirare più forte e più a lungo che posso, e prendermi tutto, tutto quello che ho intorno: i colori dell'etichetta sulla bottiglia, la lepre che ho dovuto schivare in macchina ieri sera, l'humor nero di L., J. che batte sulla tastiera come una mitragliatrice, i Good Shoes, C. che canta e il cielo sa quanto è stonato, le matite spuntate, le piogge inattese.
    E ho improvvisamente voglia di raccontarvi cose inutili: che ho comprato un navigatore satellitare e mi diverto a girare dalla parte sbagliata, che venerdì sera c'è il concerto dei The Presets e non sappiamo come vestirci, che la prima parola che ho detto è stata "acqua", che buono il gelato allo yogurth, andiamo a mangiare coreano, non fumare le mie sigarette! cosa ridi, adesso siamo a piedi e ho il cellulare scarico, dei! quanto mi piaci! ti ricordi quando ci hanno fermato i carabinieri e M. era sull'albero, senza pantaloni? il futuro è così incerto, e chissà dove saremo, ma che importa! per chi è certo cosa? e che fine ha fatto dio, e dove accidenti andiamo in vacanza?
    E'un lampo così bello e così breve, amare tutto.
     
    June 08

    Intermezzo.

    "Pensavi di esserti liberato di me?"
    Il prato era di un verde abbagliante. Il tempo, però, volgeva al brutto.
    "Sono piuttosto conscio di non poterlo fare."
    Portavi uno splendido vestito rosso, fissato da un spilla a forma di fiore. Sopra il tuo cappello le nuvole coprivano il sole.
    "Mi sono solo allontanata un po'. Ho pensato che volessi stare solo."
    "Non è così. Ma questa volta proprio non potevo lasciarti entrare."
    Silenzio. Mi abbandonai contro il tronco dell'albero, guardando in alto, i rami. Tu non arrivi mai quando ti desidero: preferisci scivolare non vista negli spiragli che lascio aperti, senza volerlo. E' così da tanto tempo che mi sembra sempre.
    "E adesso, mi vedi?"
    "Sei un punto rosso all'orizzonte: piccolo, ma inequivocabile."
    "Lasciami venire più vicino."
    Dio, quanto sono tentato. Ma no. No!
    "No! E' troppo complicato. Non voglio rovinare tutto."
    Nell'aria c'è il brontolio lontano di un tuono.
    "Lo sai - mi dici sorridendo - la prossima volta sarò io a negarmi."
    Lo so, lo so. Non ci troviamo mai, non ci troviamo più se non qui. Ma io continuo a sperare che qualcosa in questo meccanismo si guasti, che un giorno, nel più inutile dei giorni qualsiasi, voltato un angolo ci scontriamo, per caso.
    Cade qualche goccia. Ti riporto alla macchina, per mano.
    Chiudo il bagagliaio, e ho paura che tu non ci sia più: e infatti, non ci sei più.
    Metto in moto, e -improvvisamente- è venerdì mattina.
     

     
    May 23

    La Vita e le Opinioni del Cavalier di Spine. Parte I


    Sono una creatura autunnale.
    Per quanto possa sopportare stoicamente il caldo, per quanto io odi lamentarmi, le alte temperature mi indispongono. Le mie stagioni preferite sono quelle di mezzo, e delle due estreme preferisco di gran lunga l’inverno. Sudare, senza la gratificazione dell’esercizio fisico, spreme dal mio corpo il malumore, insieme all’acqua. Posso diventare un essere scostante e ribelle. La città rovente e deserta, dopo l’ora di pranzo, è per me l’immagine della solitudine, e della morte. Non amo spostarmi in paesaggi che ricordino troppo da vicino un quadro di De Chirico: piatti. Canicolari.
    La luce non è fatta per dormire.
    Per fare ciò esiste il buio. Nel caso, disgraziatamente, io mi addormenti nelle ore pomeridiane, emergo dalle braccia del sonno nella peggiore delle mie forme. Invero, tornando indietro con la memoria, se penso ai più grandi disastri sociali ed alle poche parole davvero irreparabili che ho pronunciato nella mia vita, mi sembra di poter dire che in gran parte furono in qualche modo conseguenza di uno sgradevole risveglio pomeridiano. In quelle occasioni, e fino alla notte successiva, non esiste altro modo per definirmi se non come una vipera: risvegliata nelle sue antiche e sopite abitudini, allorché non avevo ancora provveduto a limare gli spigoli della mia vena sarcastica, e quando la vita non aveva avuto ancora il tempo di insegnarmi cose che mi hanno cambiato.
    Cambiare è un lento, inesorabile processo.
    Uno spettacolo eclatante se rivisto a velocità elevata. Come guardare un fiore che sboccia in un documentario. Ciò accade scrutando nel passato con gli occhi di oggi. Vissuto giorno per giorno, è l’adattarsi impercettibile alla forma dei giorni, dei luoghi, degli eventi, delle vite che si incrociano. E’ anche l’impronta che bruscamente lascia il martello del caso, quando decide di colpire improvvisamente e con forza. La forma che ho oggi è frutto del dolce, lento lavoro delle onde,  della violenza di alcuni fulmini, dei fuochi che ho deciso di accendere, di quelli che, invece, ho estinto. In fondo, sospeso da qualche parte, c’è un nucleo che credo sia rimasto intatto. Non ho un nome da dargli, né aggettivi, non so di cosa si componga. Ma è quella cosa intorno a cui tutto ruota e prende forma. Forse è la mia idea di me. O forse, in qualche strano e bizzarro modo, è il mio destino.
    A volte provo la curiosa sensazione di essere nato per un motivo preciso.
    Qualche tempo fa, per caso, sono tornato per la prima volta nel luogo in cui sono nato. Ne ho avuto una fortissima impressione. Raramente sono tornato in quella città, e mai mi era capitato di passare di fronte all’ospedale. Forse la mente mi ha giocato uno scherzo, ma quella fila di alberi rossicci, la luce, perfino l’odore dell’aria ed il modo in cui cantavano certi uccelli mi hanno travolto con una sorta di invincibile nostalgia, che mi ha lasciato per qualche secondo con il fiato sospeso. Possibile che io ricordi un luogo visto solo nei primissimi giorni della mia vita? Mi dicevo. Poi ho pensato che, più probabilmente, era il luogo a ricordarsi di me.
    E dunque, era un mercoledì di novembre di ventisette anni fa. A sentire mia madre, non era un giorno particolarmente freddo, ma pioveva come poche altre volte nella vita aveva visto piovere, lì a B. Forse da ciò si può risalire alla mia passione per la pioggia, in particolare per il suo rumore. Dagli eventi riguardanti la mia nascita, nonché da quelli immediatamente precedenti, mia madre ama ricostruire romanzescamente alcuni lati di me. Ad esempio, spesso mi ricorda di come negli ultimi mesi di gravidanza avesse preso ad ascoltare a ripetizione tutti i suoi 33 giri dei Beatles, per farmeli sentire. Mio padre, pare, rilanciava spesso e volentieri con David Bowie ed Alan Parsons. Ed entrambi facevano a turno per leggermi delle favole, la sera. E’ a tutto questo, secondo la vulgata, che io devo la mia assuefazione per le storie, nonché una certa propensione per la musica inglese ed il dandismo. In ogni caso, dovevano avermi messo una certa curiosità per il mondo, visto che nacqui prematuro e senza dare granchè preavviso. In effetti, ho sempre avuto un certo gusto per le entrate teatrali.