Cavalier's profile- Castel Autunno -PhotosBlogLists Tools Help

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    May 21

    Qui, Ora.

     
    Ed ora una piccola parentesi mondana, nella forma di divagazione dai nessi logici non evidenti. Nonchè di dubbio senso.
    Ci sono cose, dovete sapere, che iniziano a starmi strette. Ad esempio, questo posto da cui sto scrivendo: una scelta per così dire di temporaneo  sacrificio in vista del futuro. Beh, come qualcuno mi ha gentilmente ricordato, il tempo della beneficenza - che sia per me o per altri - è finito. Mal sopporto la sensazione di andare con la corrente, di lasciarmi trasportare: anche quando non è poi così giustificata, come in questo caso. In fondo è stata una libera scelta perseguita con coscienza. Ma molti indizi mi suggeriscono che quell'era è finita, ed è tempo di rimettere mano al timone. Probabilmente, sapete, queste nuove percezioni sono dovute alla rinnovata sensibilità donatami da un altro risveglio, avvenuto in tutt'altri lidi della mia vita. Ne sono lieto, Primavera!
    Se valuto oziosamenti altri fattori: indugiando senza agire, perderei il diritto di lamentarmi della situazione - e in fondo lamentarmi mi diverte e fa molto dandy.
    E poi, il futuro, il futuro. Un concetto assolutamente adorabile ma frainteso - e in questo fraintendimento, sopravvalutato.
    Il punto è che il futuro è oggi. E' nella scelta che faccio oggi, nel movimento di questo istante, nel pensiero che mi sta attraversando la mente ORA. Non lo voglio aspettare, il futuro: chi mi assicura che aspettandolo arriverà? Basta davvero aprire il palmo e aspettare che plani da sè sulla mia mano? Nel dubbio, preferisco andarmelo a prendere. E dato che è composto da una materia impalpabile (come ogni buona proiezione mentale ed il tempo stesso, di fatto non esiste), c'è un solo modo di arpionarlo: afferrare il presente. Fare oggi la scelta di domani. Cuocere il mattone, anzichè scrivere l'ennesimo progetto. Sembra divertente, no?
    April 11

    Notturno.

     
    Il buio, all'inizio, faceva un po' paura.
    Non volevo nessuna luce accesa, perchè mi infastidiva ammetterlo.
    Ma quando la porta si chiudeva, mi rifugiavo nel più profondo delle coperte, e mai e poi mai mi sarei avventurato fuori dalla mia tana. Se non per qualche secondo, per sfida, per un brivido. Nel buio fuori c'era qualcosa di sconfinato che minacciava di annullarmi. Il buio là sotto, invece, così ben delimitato, era accogliente. Non mi addormentavo mai rapidamente. Così, in quel bozzolo, lasciavo che il sonno mi soprendesse di soppiatto, inventandomi storie che poi, la mattina, avevo già scordato.
    Gli anni mi insegnarono che avevo torto, e che il buio stesso poteva essere il mio mantello e il mio rifugio. Mi piacevano quei momenti prima che gli occhi si abituassero all'oscurità, quando sono aperti ma tutto è nero. Svegliandomi spesso, mi capitava di cedere alla voglia di passeggiare per la casa, affidandomi alla memoria dei percorsi e al tatto. Muovermi senza vedermi mi sembrava una cosa affascinante. Avevo la sensazione di infrangere una qualche legge della fisica che non conoscevo. Finivo per sedermi su una sedia, o su un divano, o per terra, dove cercavo di percepire fisicamente l'abbraccio e lo stringermi di quel buio. A volte mi pareva di sentirlo davvero.
    Col tempo iniziai ad amare davvero la notte, completamente. Soprattutto quella di primavera, all'aperto. Mi faceva sentire libero, come se avessi casa ovunque, e più vicino a quello che avrei voluto essere. Di giorno, il sole illuminava troppo impietosamente le differenze tra la realtà ed i miei desideri. La luna, invece, era molto più clemente. Quando si è così giovani ci si affeziona inevitabilmente al maestro meno severo, a quello che ci incoraggia.
    Tutto sembrava possibile, e le ore erano ricche di quei progetti entusiasmanti che alla luce diurna sembravano sempre i deliri di un pazzo. Ci davamo appuntamento sotto i grandi alberi del parco, e ci scambiavamo parole che grondavano di significati, anche quando erano sciocche, anche quando ci facevano ridere fino alle lacrime. O almeno, così ci sembrava.
    Non che odiassi i giorni. Sembravano solo meno vividi. Sembravano un lavoro, per quanto interessante.
    No so dirvi se fu il semplice scorrere delle stagioni, o i corni della caccia, o quell'estate di interminabile luce: ma un giorno mi accorsi che tutto sommato ci si sentiva bene anche all'alba, e un altro giorno ancora che il sole del mattino sulla faccia mi avrebbe messo di buon umore. Le idee notturne iniziavano a sopravvivere anche di giorno: non ho mai capito se fossero diventati più forti i pensieri, o meno temerari, se la luce fosse diventata più benevola con loro, o se avessi scoperto il segreto per tenerli al riparo. 
    Forse, più semplicemente, quando smisi di rifiutare i miei conflitti sparirono anche quelle crepe che sotto il sole non riuscivo a non vedere.
    Così, imparando di nuovo ad amare anche il giorno, mi furono dapprima più chiare -e quindi meno incolmabili- le differenze tra luce ed ombra, il loro rincorrersi ed il bisogno che l'una ha dell'altra. Infine, iniziai ad abituarmi al pensiero che in quanto inscindibili sono in fondo la stessa cosa, e dunque che non esiste una vera e propria differenza tra il giorno e la notte, se non quella che per diletto, o necessità, od incoscienza, decidiamo di dare loro.
    September 17

    Cenere.

     
    Aveva smarrito qualcosa: non sapeva dire nè come, nè quando.
    E così, dopo lunghi giorni di gloria, giunse per lui il declino.
    Inevitabile, lo combattè con tutto quello che gli era rimasto nel cuore: ma non era molto, poichè molto aveva investito. Lo osservai, e fu come guardare una belva dibattersi per non morire di fame. Ostentava uno sguardo fiero, ma il passo iniziava a farsi incerto. E le pupille a volte, dardeggiando da destra a sinistra, esprimevano una richiesta d'aiuto che la sua bocca mai e poi mai avrebbe scandito. Come un tempo, gli occhi si perdevano rapiti da qualcosa, oltre, che lui solo era in grado di cogliere: ma anzichè brillanti ed abbandonati parevano opachi e immobili, come se stessero osservando una festa a cui lui sapeva di non poter più prendere parte. 
    Diceva di essere stanco. "Sono stanco", diceva.
    Non lo sembrava, all'apparenza. Continuava a vivere, senza fermarsi un attimo, ma chi lo conobbe nei giorni migliori si accorgeva di come la forza, che prima emanava con noncuranza, ora la spremeva fuori di sè come le ultime gocce da uno straccio umido.
    Consumava più vita di quanta non ne avesse: perchè l'essere per lui era una fiamma, tanto che aveva ormai disimparato ad esistere senza bruciare. E non avendo più abbastanza legna dentro di sè - così disse - da gettare nel fuoco, iniziò a consumare sè stesso.
    Una sera, sfinito, seduto dinnanzi al camino, mi guardò.
    "Ricordi quand'eravamo bambini, quegli interminabili giorni prima di Natale? Ci struggevamo dal desiderio di aprire i nostri regali, passavamo notti insonni. Mio padre, attaccando le luci all'albero, una volta mi disse che donare era molto più bello che ricevere. Non ricordo... con che parole me lo disse, ma ecco, era così. E io sapevo che doveva esserci del vero, ma ero tanto pieno di desiderio da non riuscire a capacitarmi di come fosse possibile. Non lo sentivo. Solo molti anni più tardi imparai da solo che quella non era un'opinione, o una lezione di buoni sentimenti. Ma la pura, limpida, verità".
    Attesi.
    "Se un destino crudele ti impedisse di amare ed essere amato allo stesso tempo. Se per un folle gioco ti venisse imposto di scegliere una sola delle due possibilità: amare o essere amato. Tu, che cosa sceglieresti?" 
    Feci per rispondere, senza esitare. Ma mi fermai.
    Non perchè dubitai della risposta. Ma perchè vidi, con certezza, che cosa aveva smarrito: la cosa che stimava più preziosa, che nessuno, eccetto egli stesso, poteva ritrovare per lui. Restai seduto, senza sapere che dire. Ormai guardava lontano.
    Ritrovarono i suoi abiti, mesi dopo. Un bel vestito blu, pieno di una sottile, grigia cenere.
    April 16

    Lucertola.

    Con un vestito a fiori e i piedi nudi sul cruscotto, la mano come un'ala fuori dal finestrino, mentre cantavamo un pezzo degli Smiths. Diretti non si sa dove, forse al parco, per far passare un lungo pomeriggio d'agosto di tre anni fa. Io, fresco di laurea, con il cuore e la mente leggeri come piume. Tu, con i libri per l'ennesimo esame buttati sul sedile posteriore.
    Mi sei tornata in mente così, mentre dal terrazzo ti guardavo andare via. E accidenti, pensavo mentre accendevo una chersterfield light, è così che doveva andare, e lo sapevo da tempo. Nel frattempo tu avevi voltato l'angolo, e io partivo alla ricerca di una birra. Non verrò a rapirti come un ladro nella notte. Non mi darò alla clandestinità per vedere come va e poi magari. Forse me ne pentirò. Ma forse mi sarei pentito se avessi deciso di farlo. Quindi, pari e patta. Forse lo sapevi anche tu: se lasci decidere solo me, io decido davvero da solo. E mi conosci, accidenti se mi conosci. Ma chi voglio prendere in giro? Questa irritazione, che mi fa tremolare la bottiglia nella mano, serve solo a coprire quanto mi è costato. Pensavo che sarebbe stato più facile, dopotutto, non tradire un amico. E invece è stato così: difficile. Deglutisco nel ricordo di quanto la gola mi si fosse chiusa. Ma è andata. E mentre cerco di capire cosa mi da' più fastidio di questa storia, e se e quanto io sia stupido, penso che dopotutto posso continuare a guardare gli altri dritto negli occhi. E mi domando se forse non ne avrei avuto il diritto comunque. E non sapendo più nulla riguardo a niente - o così mi sembrava - sono rimasto a lungo molto indeciso tra il ridere e il piangere. Alla fine non ho fatto nessuna delle due cose.
     
    Sabato arrivò senza che avessi chiuso occhio, o quasi. Pensavo a quanto sarebbe bello vivere scrivendo, più o meno come quando si pensa che da grandi si vuole fare l'astronauta, però senza crederci molto. Non penso di esserne capace, ma mi piace ogni tanto crogiolarmi nel pensiero di me che passo le giornate a riempire pagine. 
     
    Il giorno dopo stavo molto meglio, e riuscivo di nuovo a capire dove fosse il nord. Me ne stavo buttato sull'erba con le gambe e le braccia aperte come un'aquilone, al sole. Domani si torna al lavoro. Il tempo è un'astrazione davvero disgraziata, con il suo ticchettare artificiale verso un futuro ipotetico. "Oggi" e "domani" non sono nemmeno più legati all'ondeggiare di questo sole: mi sono sembrati un'assurdità, una cosa fredda appesa a metà strada tra il giorno e la notte. E perchè trenta giorni fanno un mese? Perchè 365 giorni più spiccioli fanno un anno? Cosa diavolo significa avere ventisette anni? Trovo veramente irritante sapere esattamente quanto io abbia vissuto finora, e ancora più irritante il fatto che quel numero non abbia assolutamente nessun significato. Ha l'aria di una specie di truffa, di presa in giro. Non esiste alcun anno, è tutto un complotto per impedirmi di rimanere qui fino al tramonto. Forse se non sapessi di avere "solo ventisette anni" mi sembrerebbe di avere già vissuto una vita piena, e sarei più sereno. Mi piacerebbe poter sentire com'è essere come questi merli, o come quel gatto, o come un lupo. Com'è vivere un eterno presente, con alle spalle uno ieri senza fine, scandito solo da ciò che esiste: il sole, la luna, la fame, la terra, cacciare, annusare, dormire. Potrebbe essere tremendo, potrebbe anche essere splendido. Non lo so, ma vorrei poter provare. In questi giorni mi sembra di sapere ben poche cose. Non ho ancora capito se desidero una vita molto tranquilla o molto complicata. In realtà, non ho mai capito cosa desidero, e quindi cerco di fare un po' di tutto.
    Così, sapendo che il mattino successivo avrei cercato di essere un avvocato, quel pomeriggio cercavo di essere una lucertola.
    February 08

    Tendini, ossa, cuore.


    Mi sono reso conto di avere un corpo.
    Stiracchiandomi pigramente dopo una lunga lettura, l'ho percepito chiaramente, forse per la prima volta: l'avevo sempre dato per scontato, e improvvisamente era lì. Per un lungo istante sono stato pienamente consapevole della sua esistenza, della sua tensione, dalla punta dei piedi alle dita delle mani, groviglio palpitante di materia, ossa, tendini, muscoli, pelle. Io. Parte di me. Io, e contemporaneamente mio strumento. Mio metro per il mondo fisico. Non scontato, meraviglioso: non involucro, non prigione, ma veicolo inestricabilmente fuso con la mia coscienza. Mia coscienza. Vita, vita scattante, che brucia come una candela. Frutto maturo della terra, del pianeta, del mondo, dell'esistere. Fulgido e caduco, come un forte fiore. Mi ha preso una sorta di ebbrezza, di gioia. Come se mi fossi affacciato per un'istante su un'Essenza, in cui la vita non è un mistero, ma un dato elementare, semplice e soddisfacente.
     
    Non ha senso sminuire o rinnegare il corpo, come non ha senso sminuire o rinnegare lo spirito. Forse, in verità, non ha senso nemmeno distinguerli. Ecco, è questo che ho pensato. Sebbene quell'attimo di consapevolezza sia scivolato via, me ne è rimasto il sapore, limpido. E qualcosa nella mia percezione di me sembra cambiare, impercettibilmente.
    November 27

    Sangue

    Ogni quattro mesi sul mio braccio sinistro compare una pennellata di disinfettante marrone. Non posso fare a meno di pensare al mio sangue che scorre nelle vene di qualcun altro, un qualcun altro senza faccia né nome: che cosa strana. Le prime volte non riuscivo a guardare quel grosso ago, me ne stavo buono per cinque minuti voltato dalla parte opposta. Adesso invece mi piace contemplare la simbiosi aliena di vena con metallo, e osservare il primo rigagnolo rosso che corre lungo i riccioli del tubicino fino alla sacca. Se devo essere sincero, non so bene perchè lo faccio. Non sono abbastanza altruista per farlo semplicemente a beneficio di chi ne avrà bisogno. Nè sono abbastanza ipocondriaco da pensare allo screening costante e gratuito di cui usufruisco. E neppure lo faccio per avere una giornata di ferie, perchè comunque poi vado sempre in studio. Non saprei, davvero. Ammetto di trarre una specie di piacere da quella sensazione di vaga ebbrezza, la testa leggera, il torpore che mi coglie, il corpo che sommessamente mi avverte di quel poco di vita che mi stanno sottraendo dalle vene, e che sento scivolare via. Ma non è nemmeno questo. In quei pochi minuti sul lettino, mentre le sacche entrano nelle borse termiche e se ne vanno via, penso sempre a qualcosa. Non credo sarà poi così male, un giorno, andarsene a riposare: vivere mi piace davvero molto, ma per certi versi è anche un po'faticoso. Il problema non è l'annullamento dell'Io, che sinceramente mi turba, certo, ma non in modo intollerabile. Il problema sarebbe dover andare via dalla festa mentre c'è ancora la musica. Questo sì, mi darebbe un po'fastidio: dover tornare a casa alle undici lasciando gli altri a spassarsela. Al di là di questo, la cosa che mi spaventa di più della morte è che alcuni mi dicono che poi c'è L'ETERNITA': mamma mia, quella sì che mi fa un po' paura. Non sono tagliato per le cose irrimediabili, nemmeno nel remoto caso della beatitudine.

    September 14

    Decadenza.

    Sono adesso sedici o diciassette anni che non ho più visto la regina di Francia. E’ stato a Versailles, era ancora la Delfina, e certamente mai è esistita una visione più deliziosa su questa terra che lei sembrava appena toccare. Lei non faceva allora che apparire sull’orizzonte, per ornare e allietare la sfera elevata dove cominciava a muoversi- scintillante come la stella del mattino, brillante di vita, di splendore e di gioia. Ah! quale sconvolgimento! Quale cuore dovrei avere per restare insensibile a tanta grandezza seguita da una tale caduta! Com’ero lontano dall’immaginare, allorché più tardi la vedevo meritare la venerazione e non solo l’omaggio di un amore distante e rispettoso, che fosse ridotta un giorno a nascondere nel suo seno l’arma che l’avrebbe preservata dal disonore; io non potevo credere che io potessi vedere in vita mia tanti disastri si abbattersi su questa principessa, nel mezzo di un popolo composto d’uomini d’onore e da cavalieri! Avrei creduto che diecimila spade sarebbero balzate fuori dai loro foderi per vendicarla e che neppure uno sguardo avrebbe potuto insultarla. Ma l’età della cavalleria è passata. Quella dei sofisti, degli economisti e dei calcolatori le è succeduta; e la gloria dell’Europa è spenta per sempre. Mai, mai più rivedremo questa generosa lealtà verso il rango e il sesso, questa fiera sottomissione, questa degna obbedienza, e questa subordinazione di cuore che, persino nella servitù, conserva vivo lo spirito di una libertà alta e grave. Non si conoscerà più questa grazia spontanea dell’esistenza, questa generosità di cuore che assicura liberamente la difesa dei popoli, tutti quelli che si nutrono di sentimenti virili e dell’amore delle imprese eroiche. Ella è perduta per sempre, questa delicatezza dei principi, questa castità dell’onore dove la più piccola macchia bruciava come una ferita, che ispirava il coraggio attenuando la crudeltà, e che nobilita tutto ciò che lei toccava, al punto da togliere al vizio la metà del suo odioso facendogli perdere tutta la sua ruvidezza.
    Réflexions sur la Révolution Français, pp. 95-96
    Edmund Burke, 1790.

    Gli uomini un tempo erano migliori? La percezione di un'umanità in costante decadenza è un'antica ossessione. Già in epoca classica si favoleggiava di un'età dell'oro in cui gli uomini erano più grandi - perfino fisicamente -, più belli, più forti. Migliori. Ogni generazione guarda le successive con un certo senso di superiorità morale, ed è così da sempre. La mia non fa eccezione: io stesso, osservando una covata di odierni primini liceali, non posso fare a meno di pensare -istintivamente- a quanto siano mediamente più sguaiati, più appariscenti (nel senso deteriore del termine), e più epidermicamente superficiali di quanto fossimo noi. Ma è plausibile, tutto ciò? O è una mera illusione? Forse "quelli che vengono dopo" interpretano meglio il tempo in cui viviamo, e sono semplicemente diversi, ed in quanto tali giudicati inferiori per un antico meccanismo di reazione. O forse l'umanità è davvero in caduta libera. Di sicuro lo è lo stile. Quanto c'è di fallace nel culto dell'uomo antico, della virilità, della cavalleria? Quanto di ciò è frutto di un filtraggio del passato attraverso la letteratura, l'immaginazione? E quanto invece c'è di gelidamente vero? Alcuni valori non esistono più, forse perchè non sono mai realmente esistiti. Altri forse si stanno davvero, lentamente, spegnendo.

    September 01

    V.

    T. mi porgeva lo zippo, quello con l’aquila. Mi protendevo per incendiare la sigaretta, con lo sguardo catturato dai riflessi della fiamma sul mio anello nuovo. Intanto pensavo a cosa rispondere a L., che aspettava sulla sua solita poltrona. Con lo sguardo di chi chiede non per sapere, ma solo per avere a disposizione un pensiero altrui da sminuzzare. Normalmente cercherei di rispondere in modo da metterlo in difficoltà: è il nostro gioco. Questa volta, come in verità molte altre, voglio semplicemente pensare senza pensarci, e dire ciò che ho pensato.

    Vendetta. La sola parola è così voluttuosa. Solletica le papille gustative, fa pensare a sangue che bolle. Con quella “V” da pronunciare con una smorfia minacciosa. Urla, spade levate, impeto e tempesta. O giochi sottili, boccoli biondi e sorrisi falsi con il coltello da cucina dietro la schiena. Leccandosi i baffi e trepidando, per pungere, per iniettare il tuo dolore nelle vene di chi ti ha ferito, bastardo, maledetta! E svuotare le tue, di vene, per un lungo istante in cui il cuore indugia nell’orgasmo della volontà di potenza. Per riempirti di nuovo, di un liquido più liquido o più denso, mai esattamente come prima. Adesso, fai i conti con il risveglio: niente più occhi dilatati, sguardo fisso e logorio di meningi, lingua che umetta le labbra. L’hai fatto, l’hai fatto davvero. Hai ucciso, hai colpito, hai ferito, hai squarciato, bruciato, spianato la strada a lacrime che non sono tue. Ancora. Sei soddisfatto? Appagato? Ti senti in colpa, un verme? Cosa, cosa, raccontami! Non è stato come pugnalare te stesso, di nuovo? Non hai solo voluto aggiungere tragedia a tragedia, per portare qualcuno con te, per completare il quadro con un’ultima pennellata viola? O forse no. Forse è puro istinto, forse è bestiale. Graffiami, ti mordo. Ma le bestie si vendicano? Si difendono. Forse che il lupo ti viene a cercare, perché una luna prima gli hai sottratto la preda? La vendetta è umana. E non mi appartiene più, forse. Forse perché tanto tempo fa mi ha nauseato. O forse perché mi è piaciuta fin troppo.

    Apro la bocca e rispondo: “no”.

    May 03

    In carrozza (o Le meravigliose pulci)

    Domenica sera. Ce ne stavamo così, alle Colonne di San Lorenzo, a Milano. Punto di arrivo del vagare nella metropoli di cui siamo figli adottivi a mezzo servizio, nella sera tiepida di una domenica con la prospettiva di un lunedì di festa. Una specie di domenica del villaggio, o di sabato bis.
    Un serpente umano risaliva corso di Porta Ticinese per poi sparpagliarsi qua e là. Noi tre accampati schiene alle colonne, ci prendevamo una tregua non concordata dalla reciproca comunicazione, brandendo un coccio di cervogia fresca. T. centellinando con la sua aria da essere intatto ed innocente, L. fumando con il suo solito cipiglio e l'incazzatura di default, io abbandonandomi all'ambiente circostante stretto nella mia giacchetta e con la coppola sulle ventitrè. L'inner circle del branco in tutto il suo compassato fulgore.
    L. coglieva il mio sguardo che significava "qual è il problema?". Mi rispondeva con una faccia da finto incazzato, soffiando il fumo dal naso, poi mi sorrideva "nessun problema". T. ridacchiava scuotendo il capo.
    Spostando lo sguardo sul fiume di persone, che si sfioravano - o si urtavano, casualmente incontrandosi, o ignorandosi, o separandosi, mi sono chiesto: dove sarei, se non avessi incontrato questi due, e tutti gli altri? CHI sarei? Come e con chi mi alzerei la mattina, come sarei vestito in questo momento, dove abiterei, cosa leggerei prima di addormentarmi? La mia mente ha cominciato a circolare a ritroso su questa pista, cercando vanamente di biforcarsi ad ogni bivio, finchè i fili da seguire sono diventati troppi. Ad un tratto la vita sembrava una linea disegnata a caso unendo i puntini numerati, solo che i numeri non si capiscono e i punti sono infiniti. Ogni battito di cuore è un trattino tracciato in una direzione a scapito di tutte le altre infinite direzioni. Il nostro volere è solo una delle variabili, e per quanto teoricamente avrebbe le potenzialità per essere la variabile dominante, nella cruda realtà dei fatti non lo è per la grande maggioranza del tempo. A volte mi sembra di avere lo spazio di manovra che avrei se fossi libero di passeggiare su un treno in corsa. Per fortuna riesco a farmi piacere molti paesaggi, e i compagni di carrozza sono ottimi. Ma chissà dove accidenti stiamo andando - ogni tanto qualcuno si sporge dal finestrino e sbircia in avanti - o cosa c'è oltre la galleria.
    Allo stesso tempo, però, l'intreccio delle possibilità, dei puntini e delle linee, è così ridicolmente sterminato che fa sembrare il vagone veramente enorme.
    Ed eccola, la contrapposizione: le vertigini provocate dal caos delle possibilità, e la semplice linearità delle singole strade che si delineano dal groviglio di punti. Siamo come pulci, ma immerse in un realtà così abnorme, impressionante, tremenda e meravigliosa che forse una scintilla di quel casino ci rimane dentro, poichè in fondo ne facciamo parte.
    "Siamo delle meravigliose pulci".
    T. e L. mi mandano affanculo ridendo.
     
    February 10

    Storie di Droga.

    Ho realizzato, solo ieri, ciò da cui sono veramente dipendente.

    Non dalle candide sigarette che consumo per vezzo dopo il calar del sole.

    Non dal malto caledone che centellino omaggiando una parte del mio sangue.

    Non dal conviviale luppolo albionico, amaro, ambrato.

    Ma dalle Storie.

    Sono tra i più grandi piaceri che traggo da questa vita, ed è ciò di cui mai potrei fare a meno.

    Che siano nei libri ingoiati alla luce dell'abat-jour.

    Che siano nei cinema silenziosi.

    Nelle vite su carta dei giochi di ruolo, che bruciano in stanze fumose.

    Nella cronaca dei Vampiri, consumata nei dintorni del castello, fatta di matite per gli occhi e conversazioni sussurrate dopo la mezzanotte.

    Nei fumetti sorseggiati sul terrazzo.

    Che sgorghino dalle mie dita.

     

    Ho bisogno di una dose.

    January 23

    Rieccomi, vecchia mia.

    Di nuovo, venerdì notte. Deve essere forse un momento chiave.
    Venerdì notte ci siamo rivisti.
    Percorrevo, guidando, le viuzze a me note che solitamente mi portano velocemente alla mia magione. Mi veniva incontro un’auto. Ho visto la sagoma del gatto illuminata dai suoi fari, la timida frenata, la ripartenza. L’ho guardato, mentre mi passava accanto, un ragazzo col berretto.
    Il gatto è rimasto sulla strada. Non so perché ma sono sceso, non volevo lasciarlo lì in mezzo, credo. O forse volevo guardarlo da vicino. Una macchia rossa ancora si allargava, proprio come nei film, sotto il corpo grigio schiacciato, trascinato. Aveva un occhio chiuso e uno mezzo aperto, fisso sugli alberi dall’altra parte della strada. L’ho guardato per un po’, mentre le quattro frecce della mia macchina illuminavano la scena a intermittenza, e mi facevano pensare a una situazione d’emergenza. Poi l’ho preso per la collottola, e l’ho portato sull’erba, sotto gli alberi.
    Me ne sono andato.
    Quella notte poi, o meglio quella mattina intorno alle tre, mi sono svegliato da un incubo tremendo. E’ stata lei a farmelo fare? Comunque non lo ricordo più, è scivolato di nuovo giù, da dov’era venuto. Mi sono alzato affinché la realtà e la concretezza della cucina e del frigorifero cacciassero via la paura animale che mi sentivo ancora appiccicata addosso. Ma nel buio pesto, e soprattutto nel silenzio totale del salotto, continuavo a percerpirla fin troppo bene, come un ronzio. E’ un rumore bianco. E’ possibile fare i conti con lei definitivamente, una volte per tutte? Oppure l’esame va davvero sempre risostenuto, periodicamente? Comunque, aperto il frigorifero, la luce elettrica ha spazzato via le tenebre. Un bicchiere di latte e via: sono tornato a dormire come chi, caduto da cavallo, risale subito in sella per vincere il trauma. E credo di essermi addormentato quasi subito.
    La mattina, sul terrazzo c’era un freddo frizzante. Un bel sole, e si vedevano le montagne. Sono uscito a fare colazione, senza un pensiero al mondo.
    December 01

    Il valore di un sogno

    Una volta qualcuno disse: "Io ho un sogno". Io non ce l'ho. Avere un Sogno è avere un Obbiettivo. Io non ho un Obbiettivo. Nella mia mente si affollano tanti sogni e tanti obbiettivi che è come se non ne avessi nessuno. Quasi tutte le persone a me care hanno un Sogno, qualcosa da realizzare, qualcosa per cui le loro vite si tendono come archi, puntando il bersaglio. O almeno così dicono. Io sospetto che molti di loro fingano, o si ingannino. Perchè? Perchè questa necessità? Forse che fissare un punto in lontananza distragga dal caos e dal vuoto turbinante che in ultima analisi ci avviluppa? Ho deciso di accettare il caos, il nonsenso. Ho deciso di continuare a cacciare il Sapere, conscio che non potrò mai Sapere, almeno in questa vita. Di conseguenza, vado dove mi portano i miei passi. Non mi interessa dove rivolgerli, purchè mi portino sempre da qualche parte. Nella mia mente non c'è una meta. Non c'è mai stata. Avevo dentro i me i germogli per essere qualsiasi persona, per fare qualsiasi cosa. Molti ne conservo ancora. In ogni momento, posso cambiare. Mutare, sterzare. Ruotare il timone. Non ho un Sogno. Non ho una stella polare. Il mio scopo non è avere una famiglia felice, anche se forse l'avrò. Non è essere un legale di successo, anche se forse lo sarò. Non è aiutare i deboli e gli oppressi, anche se forse li aiuterò. Non è diventare schifosamente ricco, anche se forse lo diventerò. Non ho uno scopo. Voglio solo Vivere. Viaggiare. Conoscere. E guardare il Caos dritto negli occhi.
    November 25

    "Lo scopo della guerra...

    ... non è di morire per il proprio Paese, ma di fare morire per il proprio Paese gli altri bastardi."
     
    (Generale George Patton)
    October 21

    Un ricordo ginnasiale

    Ego eorum vitam mortemque iuxta aestumo, quoniam de utraque siletur.
    (Sallustio)

    One more final: I need you.

    Continuo a ripensare all'ultima scena di "The end of Evangelion", film che degnamente suggella la serie animata che più di tutte mi ha lasciato qualcosa dentro.
    L'incrocio di un gesto di morte con una carezza.
    La bellezza ed il dramma di esistere.
    Un'immagine potentissima, che mi ha colpito profondamente. In quella sequenza, che insieme alla serie si ritaglia un posto nella storia dell'animazione giapponese, c'è tutto quello che Anno ha voluto dire. Non ho ancora trovato il coraggio di riguardarla, per paura che mi faccia un'impressione diversa dalla prima.
    I suoi protagonisti rimarranno sempre due personaggi per me indimenticabili.