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19 September Struck by Lightning.14 September Decadenza.
Sono adesso sedici o diciassette anni che non ho più visto la regina di Francia. E’ stato a Versailles, era ancora la Delfina, e certamente mai è esistita una visione più deliziosa su questa terra che lei sembrava appena toccare. Lei non faceva allora che apparire sull’orizzonte, per ornare e allietare la sfera elevata dove cominciava a muoversi- scintillante come la stella del mattino, brillante di vita, di splendore e di gioia. Ah! quale sconvolgimento! Quale cuore dovrei avere per restare insensibile a tanta grandezza seguita da una tale caduta! Com’ero lontano dall’immaginare, allorché più tardi la vedevo meritare la venerazione e non solo l’omaggio di un amore distante e rispettoso, che fosse ridotta un giorno a nascondere nel suo seno l’arma che l’avrebbe preservata dal disonore; io non potevo credere che io potessi vedere in vita mia tanti disastri si abbattersi su questa principessa, nel mezzo di un popolo composto d’uomini d’onore e da cavalieri! Avrei creduto che diecimila spade sarebbero balzate fuori dai loro foderi per vendicarla e che neppure uno sguardo avrebbe potuto insultarla. Ma l’età della cavalleria è passata. Quella dei sofisti, degli economisti e dei calcolatori le è succeduta; e la gloria dell’Europa è spenta per sempre. Mai, mai più rivedremo questa generosa lealtà verso il rango e il sesso, questa fiera sottomissione, questa degna obbedienza, e questa subordinazione di cuore che, persino nella servitù, conserva vivo lo spirito di una libertà alta e grave. Non si conoscerà più questa grazia spontanea dell’esistenza, questa generosità di cuore che assicura liberamente la difesa dei popoli, tutti quelli che si nutrono di sentimenti virili e dell’amore delle imprese eroiche. Ella è perduta per sempre, questa delicatezza dei principi, questa castità dell’onore dove la più piccola macchia bruciava come una ferita, che ispirava il coraggio attenuando la crudeltà, e che nobilita tutto ciò che lei toccava, al punto da togliere al vizio la metà del suo odioso facendogli perdere tutta la sua ruvidezza.
Réflexions sur la Révolution Français, pp. 95-96
Edmund Burke, 1790.
Gli uomini un tempo erano migliori? La percezione di un'umanità in costante decadenza è un'antica ossessione. Già in epoca classica si favoleggiava di un'età dell'oro in cui gli uomini erano più grandi - perfino fisicamente -, più belli, più forti. Migliori. Ogni generazione guarda le successive con un certo senso di superiorità morale, ed è così da sempre. La mia non fa eccezione: io stesso, osservando una covata di odierni primini liceali, non posso fare a meno di pensare -istintivamente- a quanto siano mediamente più sguaiati, più appariscenti (nel senso deteriore del termine), e più epidermicamente superficiali di quanto fossimo noi. Ma è plausibile, tutto ciò? O è una mera illusione? Forse "quelli che vengono dopo" interpretano meglio il tempo in cui viviamo, e sono semplicemente diversi, ed in quanto tali giudicati inferiori per un antico meccanismo di reazione. O forse l'umanità è davvero in caduta libera. Di sicuro lo è lo stile. Quanto c'è di fallace nel culto dell'uomo antico, della virilità, della cavalleria? Quanto di ciò è frutto di un filtraggio del passato attraverso la letteratura, l'immaginazione? E quanto invece c'è di gelidamente vero? Alcuni valori non esistono più, forse perchè non sono mai realmente esistiti. Altri forse si stanno davvero, lentamente, spegnendo. 01 September V.T. mi porgeva lo zippo, quello con l’aquila. Mi protendevo per incendiare la sigaretta, con lo sguardo catturato dai riflessi della fiamma sul mio anello nuovo. Intanto pensavo a cosa rispondere a L., che aspettava sulla sua solita poltrona. Con lo sguardo di chi chiede non per sapere, ma solo per avere a disposizione un pensiero altrui da sminuzzare. Normalmente cercherei di rispondere in modo da metterlo in difficoltà: è il nostro gioco. Questa volta, come in verità molte altre, voglio semplicemente pensare senza pensarci, e dire ciò che ho pensato. Vendetta. La sola parola è così voluttuosa. Solletica le papille gustative, fa pensare a sangue che bolle. Con quella “V” da pronunciare con una smorfia minacciosa. Urla, spade levate, impeto e tempesta. O giochi sottili, boccoli biondi e sorrisi falsi con il coltello da cucina dietro la schiena. Leccandosi i baffi e trepidando, per pungere, per iniettare il tuo dolore nelle vene di chi ti ha ferito, bastardo, maledetta! E svuotare le tue, di vene, per un lungo istante in cui il cuore indugia nell’orgasmo della volontà di potenza. Per riempirti di nuovo, di un liquido più liquido o più denso, mai esattamente come prima. Adesso, fai i conti con il risveglio: niente più occhi dilatati, sguardo fisso e logorio di meningi, lingua che umetta le labbra. L’hai fatto, l’hai fatto davvero. Hai ucciso, hai colpito, hai ferito, hai squarciato, bruciato, spianato la strada a lacrime che non sono tue. Ancora. Sei soddisfatto? Appagato? Ti senti in colpa, un verme? Cosa, cosa, raccontami! Non è stato come pugnalare te stesso, di nuovo? Non hai solo voluto aggiungere tragedia a tragedia, per portare qualcuno con te, per completare il quadro con un’ultima pennellata viola? O forse no. Forse è puro istinto, forse è bestiale. Graffiami, ti mordo. Ma le bestie si vendicano? Si difendono. Forse che il lupo ti viene a cercare, perché una luna prima gli hai sottratto la preda? La vendetta è umana. E non mi appartiene più, forse. Forse perché tanto tempo fa mi ha nauseato. O forse perché mi è piaciuta fin troppo. Apro la bocca e rispondo: “no”. |
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