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    27 August

    La vita e le opinioni del Cavalier di Spine. Parte II

    La mano di mio zio C., ruvida, enorme, che mi guida lungo una strada sterrata, verso uno scivolo e un'altalena abbaglianti, incendiati dal sole d'estate. E' il primo ricordo che ho di B., allora ameno borgo agricolo dove ho vissuto alcuni tra i primi anni della mia vita, insieme alla nonna. I miei genitori erano impegnati con il lavoro, e li vedevo nel fine settimana, non mancando di redarguirli a mio modo per la loro latitanza. Almeno, così dicono. Tutto sommato, di quegli anni conservo i ricordi dolci di una vita semplice, verde e spensierata. Vivevamo in una cascina, divisa nella tipica casa di ringhiera lombarda, chiamata "el cantoon di sciatìt", ossia "l'angolo dei rospetti", a causa del ruscello che vi scorreva intorno, da cui alla sera proveniva un sommesso gracidare. Non saprei dire esattamente quanti anni passai lì: il tempo nei ricordi si dilata e si restringe capricciosamente, senza contare che per un bambino gli anni sono infiniti come ere. Dovrei avervi trascorso circa quattro anni.
    Sebbene io ricordi, molto vagamente, un vicino di casa all'incirca della mia età, i miei primi veri amici furono gli animali, che visitavo regolarmente: cani, gatti, mucche, maiali, conigli, cavalli, polli. Trotterellavo dietro alla nonna, a mio zio ed ai miei vicini - chè in una casa di ringhiera, una volta, si era una grande famiglia - che li accudivano, ansioso di stabilire un contatto con quelle affascinanti creature, che dovevano apparirmi nuove e tuttavia famigliari. Di tanto in tanto mi era concesso di dar loro da mangiare, e non appena fui abbastanza grande da razzolare più o meno liberamente per la corte, presi a passare molto tempo con loro. Un cane dalmata di cui non ricordo il nome divenne il mio inseparabile compagno d'esplorazione, così come il piccolo cavallo su cui mi trovai issato in sella da mio zio divenne il mio prediletto. I ricordi sono istanti frammentari, ma molto colorati e vividi: un giro su un trattore scoppiettante, il calore della vecchia stufa, nascondersi nel mucchio di fieno, cadere nel torrente, le corse con il cane, i maialini appena nati, i cavalli che prendono il fieno dalla mia mano. Ricordo un vicino sempre con un cappello grigio. Qualcosa che ha a che fare con accette e coltelli. L'orto. L'arrotino. "Donne: è arrivato l'arrotino". Gente che al tramonto torna dai campi. Una lunga spina nel palmo della mia mano. I miei libri illustrati, tutti sugli animali e le piante, ed un grosso tomo di favole.
    Ricordo lo zio come un uomo buono, silenzioso, che fumava sempre. Quando il vecchio cavallo da tiro crollò sulle ginocchia e si sdraiò, ed io gli chiesi cos'avesse, lui rispose: "sta morendo". Sembrava che avesse un numero limitato di parole da pronunciare nella sua vita, e che non potesse sprecarne nemmeno una. Se lo portò via un cancro ai polmoni, quando io avevo già lasciato B. da qualche anno. La nonna, una donna dolce, semplice e pia che sembra uscita dalle pagine del Manzoni, è ancora con noi. Forse per una sorta di risentimento, di mia madre e mio padre in quegli anni non ho alcuna memoria.
    Negli anni che seguirono la mia partenza, B. iniziò lentamente ad essere prima avvicinata, poi inglobata dalla periferia della grande città. Subì un'urbanizzazione frettolosa e selvaggia. Oggi è una città grigia, cementizia, che non ha più nulla di bello se non nei ricordi di chi ci visse nei suoi giorni verdi e dorati. L'"angolo dei rospetti" è ormai sparito: la cascina fu demolita e sostituita con un palazzo popolare. E' curioso scoprire che non un luogo antico e storico, ma un luogo in cui si è vissuti non esiste più, se non nei propri ricordi.
     
    Se la mia mente ha sempre apprezzato il girovagare in luoghi poco esplorati ed inconsueti, anche con il corpo ho spesso sentito il bisogno di forzare un poco i limiti. Ho sempre preteso qualcosa da esso, dato che - in un modo o nell'altro - da quando avevo nove anni sono sempre stato impegnato nell'agonismo. Chi non l'ha mai provato fatica a comprendere l'appagamento interiore che si prova nel crollare sfiniti dopo un allenamento: è come quella leggerezza del cuore che si prova quando si ha compiuto il proprio dovere, mescolata ad un inebriante benessere fisico. Ma nel corso degli anni un'altra sensazione si è fatta largo dentro di me. La stanchezza, lo sforzare i muscoli fino a che non fanno male, lo stesso dolore che si sente nell'essere colpiti, mi procurano una sorta di intima gioia. Tutti prima o poi nella vita sperimentano un fatto: il momento in cui comprendiamo appieno il valore di una cosa è quello in cui rischiamo di perderla, o quello in cui l'abbiamo ormai persa. E così, io credo, lo sfinimento ed una certa misura di dolore, come piccoli specchi della morte, mi fanno apprezzare particolarmente l'essere vivo. Ed è come uscire illesi, e vittoriosi, da una simbolica ordalìa. Forse è questo ciò cui allude il mio maestro quando sentenzia che il dolore rende vivi. Forse c'è anche un piacere dello spirito nel rispondere a quel richiamo ancestrale che comanda ai maschi di ogni specie di gareggiare e combattere. L'essere umano, in fondo, non è solo ragione. Anzi, trovo che gli impulsi e l'istinto giochino continuamente in noi un ruolo più importante di quanto siamo disposti a riconoscere. Prendere atto di questo lato del nostro essere, ed assecondarlo secondo regole che lo rendano compatibile con i valori della convivenza, trovo sia fonte di benessere ed equilibrio. Dato che non ci è concesso, a dispetto di chi pensa il contrario, soverchiare completamente la natura, gli istinti soffocati trovano sempre e comunque uno spiraglio ed una forma in cui liberarsi: e spesso, come risentiti per l'ingiusta prigionia, lo fanno in modo più o meno nocivo.