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    23 May

    La Vita e le Opinioni del Cavalier di Spine. Parte I


    Sono una creatura autunnale.
    Per quanto possa sopportare stoicamente il caldo, per quanto io odi lamentarmi, le alte temperature mi indispongono. Le mie stagioni preferite sono quelle di mezzo, e delle due estreme preferisco di gran lunga l’inverno. Sudare, senza la gratificazione dell’esercizio fisico, spreme dal mio corpo il malumore, insieme all’acqua. Posso diventare un essere scostante e ribelle. La città rovente e deserta, dopo l’ora di pranzo, è per me l’immagine della solitudine, e della morte. Non amo spostarmi in paesaggi che ricordino troppo da vicino un quadro di De Chirico: piatti. Canicolari.
    La luce non è fatta per dormire.
    Per fare ciò esiste il buio. Nel caso, disgraziatamente, io mi addormenti nelle ore pomeridiane, emergo dalle braccia del sonno nella peggiore delle mie forme. Invero, tornando indietro con la memoria, se penso ai più grandi disastri sociali ed alle poche parole davvero irreparabili che ho pronunciato nella mia vita, mi sembra di poter dire che in gran parte furono in qualche modo conseguenza di uno sgradevole risveglio pomeridiano. In quelle occasioni, e fino alla notte successiva, non esiste altro modo per definirmi se non come una vipera: risvegliata nelle sue antiche e sopite abitudini, allorché non avevo ancora provveduto a limare gli spigoli della mia vena sarcastica, e quando la vita non aveva avuto ancora il tempo di insegnarmi cose che mi hanno cambiato.
    Cambiare è un lento, inesorabile processo.
    Uno spettacolo eclatante se rivisto a velocità elevata. Come guardare un fiore che sboccia in un documentario. Ciò accade scrutando nel passato con gli occhi di oggi. Vissuto giorno per giorno, è l’adattarsi impercettibile alla forma dei giorni, dei luoghi, degli eventi, delle vite che si incrociano. E’ anche l’impronta che bruscamente lascia il martello del caso, quando decide di colpire improvvisamente e con forza. La forma che ho oggi è frutto del dolce, lento lavoro delle onde,  della violenza di alcuni fulmini, dei fuochi che ho deciso di accendere, di quelli che, invece, ho estinto. In fondo, sospeso da qualche parte, c’è un nucleo che credo sia rimasto intatto. Non ho un nome da dargli, né aggettivi, non so di cosa si componga. Ma è quella cosa intorno a cui tutto ruota e prende forma. Forse è la mia idea di me. O forse, in qualche strano e bizzarro modo, è il mio destino.
    A volte provo la curiosa sensazione di essere nato per un motivo preciso.
    Qualche tempo fa, per caso, sono tornato per la prima volta nel luogo in cui sono nato. Ne ho avuto una fortissima impressione. Raramente sono tornato in quella città, e mai mi era capitato di passare di fronte all’ospedale. Forse la mente mi ha giocato uno scherzo, ma quella fila di alberi rossicci, la luce, perfino l’odore dell’aria ed il modo in cui cantavano certi uccelli mi hanno travolto con una sorta di invincibile nostalgia, che mi ha lasciato per qualche secondo con il fiato sospeso. Possibile che io ricordi un luogo visto solo nei primissimi giorni della mia vita? Mi dicevo. Poi ho pensato che, più probabilmente, era il luogo a ricordarsi di me.
    E dunque, era un mercoledì di novembre di ventisette anni fa. A sentire mia madre, non era un giorno particolarmente freddo, ma pioveva come poche altre volte nella vita aveva visto piovere, lì a B. Forse da ciò si può risalire alla mia passione per la pioggia, in particolare per il suo rumore. Dagli eventi riguardanti la mia nascita, nonché da quelli immediatamente precedenti, mia madre ama ricostruire romanzescamente alcuni lati di me. Ad esempio, spesso mi ricorda di come negli ultimi mesi di gravidanza avesse preso ad ascoltare a ripetizione tutti i suoi 33 giri dei Beatles, per farmeli sentire. Mio padre, pare, rilanciava spesso e volentieri con David Bowie ed Alan Parsons. Ed entrambi facevano a turno per leggermi delle favole, la sera. E’ a tutto questo, secondo la vulgata, che io devo la mia assuefazione per le storie, nonché una certa propensione per la musica inglese ed il dandismo. In ogni caso, dovevano avermi messo una certa curiosità per il mondo, visto che nacqui prematuro e senza dare granchè preavviso. In effetti, ho sempre avuto un certo gusto per le entrate teatrali.
    15 May

    Letargo.

    L'inverno è finito, pensava.
    Ma io vorrei che ricominciasse.
    Scaverei una tana nella terra ricca e profumata, e mi acciambellerei, con il muso appoggiato sulla coda.
    Sognando la primavera.
    Drizzerei le orecchie, per ascoltare il vento fischiare, sopra.
    Le foglie cadere. Il muschio crescere.
    Mi godrei il tepore, arricchito dalla consapevolezza del freddo, fuori.
    Immaginando i colori, gli odori, le corse, di quando uscirò.
    Lunghi mesi, dolce torpore, sogni che gocciolano, realtà porosa.
    Semplice, nobile cuore. Morbido, morbido pelo.
    Giorni sereni.
     
    Così sarei pronto, pensava.
    Per quando tornerà il sole, per la nuova danza.
     
    Così pensando, in un letto di sterpi, tornò alla terra.
    Nei suoi occhi marroni, socchiusi, un sorriso che gli uomini non sanno decifrare.
     
    Mi stiracchio davvero, emergendo dal mondo dei sogni in un pomeriggio grigio piombo, pieno del profumo di strade bagnate. Scoprendomi seduto alla scrivania, con un certo disappunto.
    Non pensare è impossibile. Cercare di non pensare, di conseguenza, è sciocco. Cercare di non pensare a qualcosa in particolare è addirittura controproducente. E' come affannarsi a riempire una libreria, ma mettendo i libri capovolti. Un esercizio insensato, e faticoso. I pensieri sgraditi sono bambini capricciosi: ignorati, inizieranno a strepitare, probabilmente tutti insieme. Meglio dedicare loro qualche attenzione, non farli sentire messi da parte, concedere loro un po' di spazio. Coccolarli un po'. Così staranno buoni, e quando sarà il momento prenderanno la loro strada.
    Parimenti, il fatto che "dimenticare" sia un verbo transitivo può indurre in facili tentazioni. In realtà sono le cose stesse che "si dimenticano", in senso riflessivo, quando pare a loro. Forzarle su quella strada serve solo a ricordarle a loro stesse, impedendo loro di dimenticarsi. Questo, mi pare di aver capito, accade quando l'oggetto in questione percepisce la propria stessa irrilevanza: toglie il disturbo  non appena si accorge che nessuno è più lì ad osservarlo, perchè noi ormai siamo andati oltre. Da questa considerazione possono trarsi due insegnamenti: il primo è che gli eventi negativi sono soggetti molto vanitosi. Il secondo è che per dimenticare qualcosa, occorre prima superarla.
     
    Quindi, non temere, non ho intenzione di tagliarti via di netto. Anzi, aprirò perfino questa finestrella con il tuo nome, prima che il suo lampeggiare finisca per irritarmi.