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    11 April

    Notturno.

     
    Il buio, all'inizio, faceva un po' paura.
    Non volevo nessuna luce accesa, perchè mi infastidiva ammetterlo.
    Ma quando la porta si chiudeva, mi rifugiavo nel più profondo delle coperte, e mai e poi mai mi sarei avventurato fuori dalla mia tana. Se non per qualche secondo, per sfida, per un brivido. Nel buio fuori c'era qualcosa di sconfinato che minacciava di annullarmi. Il buio là sotto, invece, così ben delimitato, era accogliente. Non mi addormentavo mai rapidamente. Così, in quel bozzolo, lasciavo che il sonno mi soprendesse di soppiatto, inventandomi storie che poi, la mattina, avevo già scordato.
    Gli anni mi insegnarono che avevo torto, e che il buio stesso poteva essere il mio mantello e il mio rifugio. Mi piacevano quei momenti prima che gli occhi si abituassero all'oscurità, quando sono aperti ma tutto è nero. Svegliandomi spesso, mi capitava di cedere alla voglia di passeggiare per la casa, affidandomi alla memoria dei percorsi e al tatto. Muovermi senza vedermi mi sembrava una cosa affascinante. Avevo la sensazione di infrangere una qualche legge della fisica che non conoscevo. Finivo per sedermi su una sedia, o su un divano, o per terra, dove cercavo di percepire fisicamente l'abbraccio e lo stringermi di quel buio. A volte mi pareva di sentirlo davvero.
    Col tempo iniziai ad amare davvero la notte, completamente. Soprattutto quella di primavera, all'aperto. Mi faceva sentire libero, come se avessi casa ovunque, e più vicino a quello che avrei voluto essere. Di giorno, il sole illuminava troppo impietosamente le differenze tra la realtà ed i miei desideri. La luna, invece, era molto più clemente. Quando si è così giovani ci si affeziona inevitabilmente al maestro meno severo, a quello che ci incoraggia.
    Tutto sembrava possibile, e le ore erano ricche di quei progetti entusiasmanti che alla luce diurna sembravano sempre i deliri di un pazzo. Ci davamo appuntamento sotto i grandi alberi del parco, e ci scambiavamo parole che grondavano di significati, anche quando erano sciocche, anche quando ci facevano ridere fino alle lacrime. O almeno, così ci sembrava.
    Non che odiassi i giorni. Sembravano solo meno vividi. Sembravano un lavoro, per quanto interessante.
    No so dirvi se fu il semplice scorrere delle stagioni, o i corni della caccia, o quell'estate di interminabile luce: ma un giorno mi accorsi che tutto sommato ci si sentiva bene anche all'alba, e un altro giorno ancora che il sole del mattino sulla faccia mi avrebbe messo di buon umore. Le idee notturne iniziavano a sopravvivere anche di giorno: non ho mai capito se fossero diventati più forti i pensieri, o meno temerari, se la luce fosse diventata più benevola con loro, o se avessi scoperto il segreto per tenerli al riparo. 
    Forse, più semplicemente, quando smisi di rifiutare i miei conflitti sparirono anche quelle crepe che sotto il sole non riuscivo a non vedere.
    Così, imparando di nuovo ad amare anche il giorno, mi furono dapprima più chiare -e quindi meno incolmabili- le differenze tra luce ed ombra, il loro rincorrersi ed il bisogno che l'una ha dell'altra. Infine, iniziai ad abituarmi al pensiero che in quanto inscindibili sono in fondo la stessa cosa, e dunque che non esiste una vera e propria differenza tra il giorno e la notte, se non quella che per diletto, o necessità, od incoscienza, decidiamo di dare loro.